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A tu per tu con Cristian Sauan: bersagliere pazzo di rugby

Scritto da Andrea Nalio

Cristian Sauan ha sempre avuto un obiettivo da raggiungere. Con o senza una palla ovale in mano. Da giovane talento del rugby rumeno il sogno era quello di confrontarsi con una realtà estera. E ci è riuscito. In Italia, con voglia e passione ha vissuto un capitolo drammatico e affascinante con la maglia del Rovigo. E una volta tornato in Romania ha deciso di intraprendere il cammino di crescita del rugby del suo paese. Senza nascondersi davanti alle difficoltà di una Nazione rugbisticamente ancora in via di sviluppo. E confrontandosi poi, da adulto, con il quadro offerto dalla vita reale, dove il rugby è solo un’irrinunciabile pennellata di un’opera diventata negli anni ben più grande e complessa.
Cristian, un pezzo importante della sua carriera sportiva l’ha vissuto in Italia.

‘Un’esperienza di vita bellissima. Inizialmente ho faticato, non capivo cosa stesse accadendo attorno a me. Nella vita, se fai una scelta come la mia, non devi pensare tanto altrimenti non decidi più. Nel mio caso sentivo che stava per accadere qualcosa di positivo’.
Voleva vivere un’esperienza all’estero?
‘Sì. Lo dicevo spesso. Per assaggiare un altro tipo di rugby e conoscere altre culture. Era un pensiero fisso e dopo 14 anni nel mio club volevo una nuova esperienza. Dovevo provarci prima di terminare la carriera’.
Quindi un giorno si presenta Rovigo.
‘Il mio allenatore un giorno disse: ‘Verranno a trovarci persone che conosco bene; stanno cercando giocatori per la loro squadra, ti interessa?’. Dissi subito sì. Sarei andato ovunque’.
Detto, fatto?
‘Non proprio. Ricordo l’incontro con il Presidente Bego e alcuni dirigenti. Cercavano piloni, comunque avanti; io giocavo ala. Il mio allenatore mi presentò e feci una prova. Non parlavo italiano, ma la loro espressione mi fece capire che tutto era andato bene. Era un sogno che diventava realtà’.
Era pronto per vivere quel sogno?
‘Volevo solo giocare a rugby. Mi facevo tante domande e non nascondo che inizialmente avevo anche paura. ‘Sarò capace ad abituarmi? Ce la farò?’, mi chiedevo. Sapevo che non sarebbe stato semplice. Mi sarei dovuto adattare a un altro tipo di rugby, meno fisico ma più tecnico e tattico, più intelligente. Questo era l’aspetto che più mi affascinava e che andavo cercando’.
Era così tanta la differenza tra il rugby rumeno e quello italiano?
‘In Romania, a quei tempi, si giocava un rugby molto fisico, basato su contatto, fisicità e poco altro’.
Alla fine ce l’ha fatta.
‘Un’esperienza che mi è rimasta profondamente nell’anima e che mi ha cambiato radicalmente come persona. Un pezzo di puzzle molto importante della mia vita a livello umano e professionale’.
In rossoblu ha vissuto anni importanti ma anche difficili per tanti problemi societari. Cosa ricorda di quel periodo?
‘Sei anni bellissimi e meravigliosi. Ricordo di più i tanti momenti belli rispetti a quelli brutti. Poi mi chiedo: ‘Cosa sono i momenti difficili? Non dobbiamo viverli? Deve sempre andare tutto liscio, senza ostacoli?’. Forse doveva andare così. La vita ci ha fatto incontrare e messo alla prova, tutti insieme’.
Una prova che avete superato grazie a un gruppo molto solido.
‘Abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere per andare avanti. Eravamo in pochi, 28 giocatori. Tutti sempre disponibili, nessun infortunio. Pazzesco, se ci pensate. Di quel periodo a Rovigo si potrebbe scrivere un libro. I tifosi che venivano al campo ci supportavano costantemente e hanno avuto un ruolo chiave nel nostro cammino. Eravamo un gruppo pazzo di rugby. E’ stato bellissimo’.
Come avete fatto a rimanere così uniti (vicini ai play off, poi la salvezza…) nonostante le tante difficoltà?
‘In tutti i momenti difficili della vita ne esce sempre qualcosa di buono. A volte è difficile vederlo. Noi, forse, ce ne eravamo accorti e vivevamo quelle sensazioni. Non mancavano i momenti di sconforto, ma accanto avevi sempre qualcuno che ti spronava. Andavamo al campo per sentire i tifosi del Rovigo, gente che ci capiva e ci amava forse di più. Probabilmente perché ognuno di noi era pronto a fare dei compromessi. Tutte le settimane entravamo in campo dimenticando le difficoltà. Era il sentimento di appartenere a qualcosa, un’energia positiva che ci ha sempre protetto. Questi sono i fattori che ci hanno fatto rimanere uniti’.
La sua esperienza rossoblu è durata sei anni. Quale è stato il momento più difficile?
‘Quando ho deciso di andarmene. Ero arrabbiato, ogni anno sapevamo sempre tutto all’ultimo, ma allo stesso tempo dispiaciuto. Non stavo lasciando solo un club, ma un mondo che era diventato la mia seconda casa’.
Un ultimo capitolo italiano l’ha vissuto a Mogliano. Come è andata quell’esperienza?
‘Esperienza breve ma molto bella. Ambiente accogliente, gente calda e solare e di una grande qualità umana. Tutto diverso rispetto a Rovigo, considerato che solo alcuni giocatori erano professionisti. Nonostante al tempo il San Marco fosse in Serie A, si intuiva che la società puntava in alto. Si lavorava sodo, anche a livello giovanile. Era un club molto esigente con se stesso. Forse al tempo troppo, per i mezzi che aveva, ma si respirava un’aria di evoluzione’.
Terminata l’esperienza italiana, come è proseguita la sua carriera sportiva?
‘Dopo 9 anni bellissimi vissuti in Italia nel 2010 ho deciso di tornare a casa. Ho continuato a giocare nel Cluj e poi mi sono unito allo staff tecnico, aiutando i tre quarti. Tre anni interessanti. Mi sono anche iscritto all’Università, laureandomi nel 2013. Poi, complici anche alcuni cambiamenti societari, ho sentito il bisogno di staccarmi dal rugby, dopo 24 anni. Una pausa che mi ha fatto bene, ho avuto modo di riflettere su altre cose. Nella vita non sai mai cosa può accadere e non volevo trovarmi impreparato’.
Di cosa si occupa oggi?
‘Da tre anni lavoro per un’agenzia responsabile di sicurezza e sorveglianza di diversi centri commerciali. Mi piace, mi tiene attivo e non mi annoia mai, che credo sia la cosa più importante’.
La vita oltre al rugby: un aspetto che coinvolge tutti i giocatori al termine della carriera.
‘All’inizio è stata dura, perché ero abituato a fare solo una cosa nella vita, il giocatore di rugby. Sono convinto che, chi come me ha sempre giocato come professionista, a un certo punto si scontra con queste scelte di vita. Il rugby per me era una bellissima pazzia, mi piaceva troppo e non pensavo ad altro. Ma il dopo-rugby è una cosa altrettanto bella, perché capisci di che pasta sei fatto. Ti devi adattare al cambiamento, nel bene e nel male. Così, per la prima volta nella mia vita, ho messo il rugby in secondo piano. E anche se inizialmente non mi piaceva, la maturità mi ha aiutato a capire e adattarmi’.
Ha riallacciato il suo rapporto con la palla ovale?
‘Da marzo ho ripreso ad allenare la squadra locale della mia città. Seguo i tre quarti e la preparazione atletica. Sarà dura gestire tutto, ma quando ti piace quello che fai non avverti stanchezza e difficoltà’.
Quale è l’obiettivo del rugby rumeno?
‘L’obiettivo sarebbe quello di rinforzare i settori giovanili dei club. Ma non ci sono budget adeguati per lavorare con stabilità e continuità, quindi ci muoviamo alla velocità di una lumaca. Anche i finanziamenti statali sono in diminuzione e le aziende private non investono perché non sono tutelate dalla legge. Nelle difficoltà cerchiamo comunque di andare avanti’.
E quale è il suo obiettivo sportivo, Cristian?
‘Il mio obiettivo sportivo è quello di offrire a tanti ragazzi giovani l’opportunità di diventare grandi e veri giocatori di rugby e di vivere le meraviglie che ti offre questo sport’.
E di vita?
‘Quello di avere un giorno la possibilità di girare il Mondo insieme alla mia famiglia. Vivere tranquillo la vita che stiamo costruendo’.
Segue ancora il rugby italiano?
‘Certamente, come non potrei! Guardo sempre le partite della Nazionale e seguo l’evoluzione del rugby italiano’.
E Rovigo?
‘Assolutamente si! Mi fa sempre un enorme piacere vedere la squadra al vertice della classifica. Sono molto felice che la società abbia trovato la tranquillità che merita. Persone adatte attorno al team, con giocatori e staff che possono così offrire il massimo del loro potenziale. Sono felice per Rovigo’.
Tornerà, un girono?
‘Certo che tornerò. Mi piacerebbe creare un legame con Rovigo per tornare più spesso. Magari tramite tornei o collaborazioni. Un pezzo del mio cuore è rimasto e sarà sempre al Battaglini. L’ambiente rossoblu mi manca molto’.
Su quali aspetti vi concentrate maggiormente per lo sviluppo del rugby nel suo paese?
‘Si lavoro molto a livello scolastico, ma senza seguito. Molti club non hanno team juniores. Il mio, ad esempio, ha attraversato un brutto periodo e non ha sviluppato il settore giovanile negli ultimi anni. Ora abbiamo iniziato nuovamente un progetto per garantire le squadre giovanili alla società. Abbiamo diversi problemi e c’è molto lavoro da fare’.
Come sta crescendo il rugby rumeno?
‘Non sta crescendo molto, purtroppo. Troppi problemi di budget, pochi progetti a livello giovanile e di conseguenza la Nazionale sta incontrando difficoltà a selezionare atleti. Quasi tutti i club si concentrano sulle prime squadre, ingaggiando giocatori dall’Emisfero Sud. Può essere una soluzione temporanea, ma non credo che pagherà nel lungo periodo. Il problema del rugby rumeno è che non ci sono abbastanza soldi per mantenere progetti di lungo periodo a livello giovanile. E così i pochi soldi a disposizione vengono usati per i seniores. Uno sbaglio che ci costerà caro un giorno’.
La meta più bella che abbia mai segnato…
‘Non saprei quale scegliere…Ne ricordo due in particolare. Una meta in Nazionale segnata alla Georgia. Siamo a metà campo, arrivo all’interno del primo centro, ricevo palla in un corridoio impossibile da quanto era stretto e faccio il break. Corro in meta con quattro avversari dietro di me. Era la meta della vittoria. La seconda, sempre in Nazionale, contro la Spagna durante le qualificazioni ai Mondiali del 2003. Calcio a seguire e corsa per 60 metri. In cima alla lista rimarranno comunque quelle segnate a Rovigo. Le mete sono belle se condividi la gioia con compagni e tifosi. E a Rovigo la gioia c’è sempre stata’.
Quali sono i momenti che ricorda con più piacere?
‘Sono tanti, ognuno con il suo fascino. Di Rovigo ho ricordi che non dimenticherò mai. L’aria che si respira al Battaglini durante le partite, l’entrata in campo, le mete. Sensazioni allucinanti. Felicità al massimo’.

(foto profilo Facebook Cristian Sauan)

Biografia

Andrea Nalio

Polesano, giornalista pubblicista dal 2008, lavora come free lance a Londra e rappresenta l'anima operativa di RugbyMercato.it. Nel recente passato ha collaborato con i quotidiani Il Resto del Carlino e La Voce di Rovigo e condotto la trasmissione "Linea di Meta" per Radio Kolbe.
Ha pubblicato anche un libro: «Pepenadores. Insieme ai cacciatori di rifiuti»: Reportage sulla dignità dei riciclatori informali della discarica di Oaxaca (Messico).

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