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A tu per tu con Filippo Frati: cultura ovale e orgoglio nocetano al servizio del rugby italiano

Scritto da Andrea Nalio

Agosto 2010. Al principio della sua esperienza nel massimo campionato nazionale, Filippo Frati si presentò così ai nastri di partenza del primo torneo di Eccellenza. ‘Voglio portare a Parma l’orgoglio nocetano’. Nove mesi più tardi i Crociati – ‘quel team avrebbe dovuto chiamarsi Rugby Noceto’, dirai in seguito il coach -, sorpresa di un campionato rivoluzionato dall’ingresso italiano in Celtic, lotteranno con Rovigo per un posto in finale, poi conquistato dai Bersaglieri. Agosto 2017. Sette anni più tardi, tra play off, traguardi raggiunti, difficoltà e soddisfazioni raccolte durante il cammino, Filippo Frati si presenta nuovamente al principio di un nuovo campionato. Ad accompagnarlo, la stessa feroce determinazione e un orgoglio nocetano che non ha mai abbandonato il suo spirito.


Filippo, partiamo dall’ultima stagione. Viadana torna tra le pretendenti al titolo con una squadra giovane e di talento. Prossimo step del progetto?
‘Per quanto riguarda Viadana, il prossimo step sarà quello di continuare a crescere numericamente e qualitativamente con i ragazzi delle nostre giovanili, cercando di offrire alle famiglie che affidano a noi i loro figli una proposta valida sotto il profilo educativo del bambino e seria per quanto riguarda la crescita fisica, tecnica e tattica del giocatore’.
Riguardo la Prima Squadra?
‘Consolidare e migliorare la cultura di squadra che abbiamo instaurato nella passata stagione e quindi ripartire per inserire i tanti giovani del vivaio promossi in prima squadra e provare a confermarci tra le prime 4 squadre del campionato’.
Riavvolgendo il nastro della sua carriera di allenatore, un pensiero per ogni tappa vissuta nel massimo campionato italiano. Crociati, subito semifinale con un team meno quotato rispetto ad altre avversarie.
‘Con i Crociati giocavo in casa, era il terzo anno con un gruppo di giocatori con i quali era iniziata la mia carriera di allenatore, a Noceto in serie A2. Giocatori che con due promozioni in due anni avrebbero meritato di disputare quel campionato come Rugby Noceto. Ero alla mia prima esperienza nel primo anno dell’Eccellenza e avere raggiunto i playoff con una squadra neopromossa è stato un grande risultato’.
Prato.
‘A Prato sono arrivato grazie alle lusinghe del mio grande amico Andrea De Rossi. Avevo una concreta offerta del Calvisano, alla fine rifiutata, perché a Prato avrei lavorato insieme ad Andrea e giocato le coppe europee. Sono stati due anni non semplici ma bellissimi, i primi lontano da casa’.
Il secondo, vissuto assieme tantissimi problemi societari.
‘La seconda stagione è stata molto intensa, i problemi economici sono cominciati praticamente ad inizio campionato. Difficoltà che mi hanno fatto crescere tantissimo come uomo, perché nelle difficoltà si vede chi sei veramente. Non ho paura di dire che tutti i ragazzi, che insieme a me e ad Andrea hanno tenuto duro in quei sei lunghissimi mesi, possano definirsi uomini veri’.
E nonostante tutto, avete fatto quadrato e sfiorato lo scudetto.
‘Vero, contro Mogliano. Solo una meta fatta, ma non assegnata dal TMO, ci ha negato un titolo che nessuno al mondo meritava più dei miei ragazzi’.
Rovigo.
‘A Rovigo ho vissuto due anni e mezzo indimenticabili, sono arrivato insieme ad Andrea e a Tommaso Boldrini con un progetto ben preciso in testa: riportare entusiasmo e positività in un ambiente, a detta dei giocatori rimasti dalle precedenti gestioni, depresso e negativo. Abbiamo costruito, insieme al presidente Zambelli e al direttore sportivo Pietro Reale, una squadra molto competitiva che è arrivata allo scudetto dopo averne sfiorati due, perdendo meritatamente la seconda finale giocata in casa ma in modo, definiamolo rocambolesco, la prima giocata a Calvisano’.
Il suo allontanamento è avvenuto pochi mesi prima del titolo conquistato poi a fine stagione dai Bersaglieri. Se lo sente un po’ suo?
‘Quel titolo è mio tanto quanto lo è di Joe McDonnell, Luke Mahoney e Tommy Boldrini. Tanto quanto lo è dei ragazzi, del presidente Zambelli e di Pietro Reale’.
Possiamo considerare Rovigo un’incompiuta?
‘No, non reputo Rovigo un’incompiuta. Il mio allontanamento, con la squadra prima in classifica, niente aveva a che vedere con il rendimento del team o con il mio modo di allenare’.
Viadana.
‘Viadana è semplicemente il posto perfetto in cui svolgere il lavoro di allenatore. Strutture all’avanguardia, dirigenza competente e paziente, che lavora con tantissima passione, una passione coinvolgente, travolgente, che tanto ci ha aiutato nei momenti difficili della passata stagione. E un pubblico fantastico, che ti sostiene sempre, sempre. Non mugugna se cade una palla, non fischia se perdi. Ripensando alla semifinale di ritorno a Calvisano mi vengono ancora i brividi per il sostegno ricevuto’.
In una stagione, trofeo Eccellenza vinto e semifinale scudetto conquistata. Un passo in avanti per la sua carriera?

‘I risultati dell’anno scorso sono senza dubbio prestigiosi, ma vanno equamente condivisi con chi ha lavorato con me durante la stagione e con chi prima di me ha allenato i ragazzi nei due tornei precedenti, Regan Sue, Greg Sinclair e Casper Steyn’.
Sin qui, dunque, un bilancio positivo.

‘Sì. In nove stagioni ho ottenuto due promozioni, giocato sette play-off scudetto consecutivi con quattro club diversi e giocato quattro finali scudetto consecutive con due club diversi’.
Insieme ad Andrea De Rossi avevate formato una coppia complementare dal punto di vista tecnico.
‘Andrea è prima di tutto un grande amico, uno di quelli a cui, se buchi una gomma alle tre di notte, telefoni per farti venire a prendere, poi magari lui non viene…ma sarebbe il primo a cui penserei. Scherzi a parte, con lui ho vissuto momenti importanti della mia carriera: dai due anni a Prato, anni in cui vedevo più lui di mia moglie, alla qualificazione in Challenge Cup con il Rovigo ai danni della selezione Georgiana Caucasians, vincendo entrambe le partite, a Rovigo e a Tbilisi. Un’impresa sportiva straordinaria, passata forse un po’ troppo in sordina e che non ha avuto la risonanza che secondo me avrebbe meritato. Reputo quella vittoria il mio risultato più prestigioso’.
Come – e se – è cambiato il suo modo di gestire/allenare il gruppo dopo la vostra separazione?
‘Devo dire che ho accusato il colpo, lui era il poliziotto buono e io ero il poliziotto cattivo. Ho dovuto modificare qualcosa nel mio modo di approcciarmi ai giocatori, ma i ragazzi stessi sono stati i primi ad aiutarmi, capendo la situazione di emergenza che si era creata. In quella seconda stagione a Rovigo abbiamo disputato un campionato pazzesco, vincendo la regular season e giocando un grande rugby’.
Quando ha capito che la carriera di allenatore poteva diventare il proseguimento della sua storia nel rugby italiano?
‘Mi è sempre piaciuto allenare. Quando giocavo a Noceto collaboravo con le categorie giovanili. Prima di diventare coach della prima squadra ho allenato per tre anni le under 13 e 15 del Noceto, arrivando a disputare nel 2007 la finale Scudetto di categoria. Tra il 2002 e il 2004 ho conseguito in Inghilterra Level 1 e 2 per allenare fino all’under 16, livelli che purtroppo però non erano riconosciuti in Italia. Sono molto fiero del percorso fatto come allenatore, nessun livello FIR regalato, ho cominciato dal 1° momento CAS fino ad arrivare al IV° livello Brevetto Federale. Ho fatto aggiornamenti in Nuova Zelanda (2009 e 2010) e in Sud Africa (2015). Ho iniziato ad allenare i bambini fino ad arrivare alla prima squadra del mio paese. Ecco, forse in quegli anni, quelli della doppia promozione con Noceto dalla Serie A2 all’Eccellenza, ho capito che avrei potuto fare qualcosa di buono con questo mestiere’.
Quale è il suo obiettivo come allenatore?
‘Migliorare i giocatori che alleno in tutti gli aspetti della vita affinché diventino atleti capaci e soprattutto delle brave persone’.
Quale messaggio cerca di trasmettere ai suoi giocatori?

‘L’importante è divertirsi, facendo le cose seriamente’.
Cosa ha ‘rubato’ dal Frati giocatore e lo sta utilizzando per il Frati allenatore?

‘Rubato direi niente, penso di averne confermato la tenacia, l’ambizione – intesa come voglia di migliorarsi – e la positività. Le cose importanti che mi hanno dato gli anni da giocatore sono diverse: la prima che mi viene in mente è che grazie ai giocatori stranieri con cui ho giocato ho imparato l’inglese e non è una cosa marginale, anzi; senza l’inglese non sarei mai diventato l’allenatore e la persona che sono. Il confronto e la condivisione sono fondamentali per la crescita in qualsiasi ambito lavorativo, penso quindi che un allenatore di rugby che non conosce l’inglese abbia una crescita professionale molto limitata’.
Una caratteristica che non deve mai mancare ai suoi giocatori.

‘Sono due le caratteristiche per me importanti e sono strettamente collegate tra loro, la fame e l’umiltà’. 
Come giudica il futuro aumento a 12 squadre in Eccellenza? Scelta giusta per migliorare il campionato italiano?

‘Sono da sempre un sostenitore di un campionato a 12 squadre, con 10 il campionato era troppo spezzettato, con due squadre in più inoltre più giocatori avranno l’opportunità di giocare a un certo livello’.
Un libro che non manca mai sul suo comodino.

‘Amo Daniel Pennac, ho letto tutti i suoi libri così come mi piacciono i romanzi thriller di Michael Connelly. Tra gli autori italiani dico Niccolò Ammaniti, anche se ultimamente lo trovo un po’ troppo pulp, ma il suo romanzo Ti prendo e ti porto via penso sia un capolavoro assoluto’.
Rugbisticamente parlando?
Legacy di James Kerr, un testo sui 15 principi chiave degli All Blacks che possono essere applicati alla vita comune di tutti i giorni e adottati da qualsiasi organizzazione, azienda o squadra. Un testo che dovrebbe essere tradotto in italiano e utilizzato come libro nelle scuole superiori’.
Una canzone che non manca mai dalla sua playlist.
‘Non ho un genere musicale preferito, amo i cantautori italiani, Ivan Graziani su tutti e circa otto anni fa ho scoperto una band neozelandese, ora famosissima downunder, i Six60. Se devo scegliere una canzone dico Lost dei Six60 suonata insieme alla Auckland Philarmonia Orchestra’.
Oltre al rugby, gestisce anche un brand di vestiti…
‘Il brand si chiama RM è un’idea nata quasi per scherzo insieme a due amici, Roberto Silva e Marco Bersanetti, ci siamo divertiti producendo t-shirt che hanno avuto un successone, decisamente più grande di quanto ci aspettavamo. Ma per ora il progetto è in stand-by, il graphic designer deve provare a riconquistare i play-off con Viadana…’.

(foto profilo Facebook Filippo Frati)

Biografia

Andrea Nalio

Polesano, giornalista pubblicista dal 2008, lavora come free lance a Londra e rappresenta l'anima operativa di RugbyMercato.it. Nel recente passato ha collaborato con i quotidiani Il Resto del Carlino e La Voce di Rovigo e condotto la trasmissione "Linea di Meta" per Radio Kolbe.
Ha pubblicato anche un libro: «Pepenadores. Insieme ai cacciatori di rifiuti»: Reportage sulla dignità dei riciclatori informali della discarica di Oaxaca (Messico).

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