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A tu per tu con Marzio Zanato: famelico di vita (e di sport)

Scritto da Andrea Nalio

Al principio degli anni ‘80 Nairn MacEwan, allora allenatore della Rugby Rovigo, si lasciò scappare questo pensiero sulla situazione del rugby tricolore. ‘In Italia non mancano giocatori di rugby. In Italia mancano dirigenti’. A distanza di quasi 30 anni le sue parole riecheggiano nuovamente. ‘Non è vero che difettiamo di talenti: è sufficiente osservare la crescita esponenziale di Campagnaro. Il problema è che non sappiamo sviluppare i talenti!’. A pronunciarle, oggi, è Marzio Zanato, sportivo, prima ancora di rugbista. Team leader e formatore. Allenatore della mente e allenatore in campo. Marzio ha respirato in carriera l’aria di Rovigo e L’Aquila, vestendo poi anche la divisa di coach azzurro. Innamorato della palla ovale, Zanato ha studiato nel tempo il funzionamento dei meccanismi rugbistici italiani, confrontandoli con una filosofia di vita che, da anni, contraddistingue il suo quotidiano. Poco è cambiato dai tempi di MacEwan. Ma se è vero che, ancora oggi, il rugby italiano ha diversi interrogativi che meriterebbero risposte forse, alcune soluzioni, potrebbe offrirle proprio il background di Marzio.


Marzio, attualmente collabora con qualche realtà rugbistica?

‘Il presente al momento non contempla un interesse particolare per il rugby italiano. Ma grazie alla mia attività professionale, in particolare all’estero, ho mantenuto un discreto network con professionisti dell’alto livello in campo rugbistico’.
Quale è la sua occupazione principale?
‘Dal 2010 allo scorso novembre sono stato impiegato in una organizzazione internazionale del comparto metalmeccanico in qualità di responsabile del processo di selezione, formazione e sviluppo delle risorse umane, occupandomi in particolare di alcune start-up all’estero, negli Stati Uniti e in Cina. Sempre per la stessa azienda ho ricoperto per un anno il ruolo di Direttore Generale, in Francia. Oggi sono responsabile delle risorse umane, selezione, formazione e sviluppo in un’altra organizzazione nel mercato digitale ed e-commerce’.
In carriera, da head coach, ha vissuto importanti esperienze a Rovigo e L’Aquila, due realtà storiche del panorama rugbistico italiano. Cosa cercava di trasmettere ai suoi giocatori?

‘Passione e cultura del lavoro! Uscire dalla zona di comfort, eliminare il facile alibi di cui la nostra cultura è permeata (Julio Velasco docet), sfidare i propri limiti con la gioia del bambino alla scoperta del mondo che lo circonda’.
Una qualità che vorrebbe sempre vedere nei giocatori.
‘Umiltà e spirito di T.E.A.M, quello vero! TOGETHER – EVERYONE – ACHIEVE – MORE’.
Il suo prossimo obiettivo sportivo.
‘Tre anni fa ho iniziato quasi per caso a praticare il Triathlon. A 49 anni sono tornato da non professionista a competere a livello agonistico nelle gare di media e lunga distanza, IRONMAN 70.3 e IRONMAN 140.6. Per il mio 55° compleanno vorrei ‘regalarmi’ il pass per la finale mondiale IRONMAN 140.6 a Kona, Hawaii’.
Qualità che un buon allenatore deve sempre avere.
‘Saper ascoltare, gestire in modo positivo il proprio stato d’animo, essere credibile, autorevole e su tutto avere leadership…leading by example’.
Una partita che rivivrebbe nuovamente.
‘Italia A contro Sud Africa Emerging, Nations Cup 2007. Nazionale sudafricana  imbottita di Book della maggiore e persa di un solo punto a fine gara’.
Cosa direbbe a un ragazzo che si sta avvicinando al rugby.
‘Che lo sport è la migliore palestra di vita, lo strumento perfetto per conquistare autonomia. Che il rugby è la metafora della vita’.
Meglio allenare un gruppo ‘disordinato’ e vincente o ‘ordinato’ e perdente?
‘Allenare un gruppo che trova il proprio ordine nella condivisione di un obiettivo. Disordinati che sono in grado di stabilire degli obiettivi. La tragedia nella vita non è fallire un obiettivo o perdere una partita. La vera tragedia nella vita di un uomo prima e giocatore poi è non porsi degli obiettivi’.
Una sfida che le piacerebbe accettare.
‘Mental coach e T.E.A.M. Manager della Nazionale Italiana. Responsabile risorse umane e selezione, formazione, sviluppo HR per la Federazione Italiana Rugby’.
Una sfida che non accetterebbe mai.
‘Una sfida che non abbia le tre caratteristiche di un obiettivo: misurabile, concreto, personalizzato’.
Rugby a parte, lei è un grande sportivo. Da dove nasce questa sua attitudine nei confronti dell’attività fisica?
‘Dalla consapevolezza di non essere mai stato un talento nello sport o geneticamente dotato ma, rovescio della medaglia, perseverante, sistematico e con un bisogno cognitivo importante che mi porta alla ricerca dei miei limiti. E sicuramente dopo il 2008, anno in cui, aiutato dalla buona sorte, ho vinto la battaglia con il cancro e sono divenuto famelico di vita’.
Tornerebbe in campo ad allenare?
‘Si’.
Ultimo pensiero nei confronti del momento che sta vivendo il rugby italiano. Da un lato, l’entusiasmo (e una rinnovata speranza) che sembra aver portato il nuovo staff (vittoria contro il Sud Africa, match contro l’Inghilterra…), dall’altro, situazioni critiche (Zebre) e competitività a livello internazionale (squadre di Eccellenza) che denotano i soliti problemi del movimento italiano. Cosa ne pensa?
‘Parlare di rugby mi porta sempre fuori rotta e l’idealismo che mi contraddistingue, perché cresciuto nel vero rispetto dei valori e principi di questo sport, sistematicamente mi ‘frega’. Il rugby in Italia vive parallelamente non solo la crisi economica ma la crisi culturale e sociale evidente nella quotidianità. Siamo maestri nell’esaltarci, sorretti da false speranze e facili entusiasmi. Non siamo in grado di andare realmente in profondità e restiamo in superficie impauriti dalla necessità che se realmente un cambiamento si vuole è necessario andare sott’acqua ad attaccare la base dell’iceberg. Non è vero che difettiamo di talenti: è sufficiente osservare la crescita esponenziale di Campagnaro. Il problema è che non sappiamo sviluppare i talenti! Li affondiamo con il nostro autocelebrarci, li strangoliamo con il cronico individualismo italiano. Il rugby è uno sport per umili e l’individualismo e l’egocentrismo ci fregano continuamente. Gli investimenti massicci sulla nazionale maggiore e il mantenimento di un sistema federale privo di sostenibilità porterà prima o poi a implodere questo modello. Da che mondo e mondo le piramidi sono state costruite su solide basi e non dal vertice’.

Biografia

Andrea Nalio

Polesano, giornalista pubblicista dal 2008, lavora come free lance a Londra e rappresenta l'anima operativa di RugbyMercato.it. Nel recente passato ha collaborato con i quotidiani Il Resto del Carlino e La Voce di Rovigo e condotto la trasmissione "Linea di Meta" per Radio Kolbe.
Ha pubblicato anche un libro: «Pepenadores. Insieme ai cacciatori di rifiuti»: Reportage sulla dignità dei riciclatori informali della discarica di Oaxaca (Messico).

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