Rugby, miti e leggende

Chester Williams: la perla nera

Il terzo appuntamento della nuova rubrica nata in collaborazione con Rugby: miti e leggende ci riporta oggi in Sud Africa, alla scoperta di un giocatore che, durante gli anni post apartheid, è diventato un simbolo del paese arcobaleno. E non solo.

Lui è Chester Williams, formidabile tre quarti visto giocare anche in Italia, a Casale.

Grazie a Roberto Vanazzi, scopriamo la sua storia.

Non è un segreto che vorrei allenare gli Springboks. Quello che mi auguro, se questo accadrà, è che nessuno tenga il conto di quanti giocatori di colore ci saranno nella mia squadra. Sarebbe il giorno più importante del rugby sudafricano’.
Chester Williams

Non è facile parlare dell’atleta Chester Williams senza sconfinare nell’ormai logoro cliché del “simbolo della lotta all’apartheid” che lo accompagna sin dal suo esordio in nazionale. Williams avrebbe probabilmente giocato titolare in qualsiasi squadra del mondo, in quanto ala di grandissime qualità tecniche, con una notevole capacità di finitura che lo ha portato a segnare 13 mete nei suoi primi 16 test, e dotato di un superbo tackle, che ha fatto di lui il giocatore chiave sia per Western Province in Currie Cup sia per la nazionale del Sudafrica durante la Coppa del Mondo 1995. Purtroppo, il suo nome sarà sempre sinonimo di intrighi politici, ed è un peccato che egli sia ricordato più per gli eventi extra-sportivi capitati attorno a lui che per la sua capacità di rugger.

Chester Mornay Williams è nato a Paarl, sabato 8 agosto 1970, ed è cresciuto a Magnolia, un sobborgo di Cape Town. Nipote di Avril Williams, che già aveva giocato con la nazionale in piena era aparthaid, Chester ha debuttato con Western Province nel 1988.

Trequarti ala veloce e dallo scatto felino, il ragazzo è stato notato da Ian McIntosh, coach degli Springboks, che lo ha fatto debuttare nel XV del suo Paese il 13 novembre del 1993, contro l’Argentina a Buenos Aires. La partita è terminata con una vittoria per 52 a 23 e Chester ha segnato una meta. Quel giorno Williams e diventando il terzo giocatore non bianco ad indossare la casacca degli Springboks, dopo suo zio ed Errol Tobias, nei primi anni ottanta.

Un anno dopo Chester ha giocato nella gara pareggiata 1 a 1 contro l’Inghilterra, ma un infortunio ha fatto sì che fosse inizialmente escluso dalle selezioni per la Coppa del Mondo del 1995, per poi essere convocato da Kitch Christie all’ultimo minuto. Questo “incidente diplomatico” ha alimentato la speculazione che Chester sarebbe stato solo un giocatore di colore messo in campo perché il Sudafrica doveva presentare al mondo un fronte unito e dimostrare che la riammissione nel circuito internazionale non era stato un errore. Tuttavia, le sue quattro mete segnate a Western Samoa nei quarti di finale (42 a 14 il risultato) hanno dimostrato senza ombra di dubbio che egli non era solo l’uomo del “politically correct”. Chester ha disputato la semifinale contro la Francia, finita 16 a 15, e la finale con la Nuova Zelanda. Come ormai è noto, all’Ellis Park il Sudafrica ha soffocato gli All Blacks con la sua difesa e la capacità di essere sempre in superiorità numerica ogni volta che il pericolo Jonah Lomu avanzava verso la linea di meta. La partita, arrivata all’extra time con le due squadre ferme sul 12 a 12, è stata risolta da Joel Stransky che, ricevuto l’ovale da Joost Van der Westhuizen, ha fatto partire il drop che ha deciso il torneo. Il trionfo ha fatto sì che il nome di Chester Williams diventasse il terzo più conosciuto sul suolo sudafricano, dopo quello del presidente Nelson Mandela e del capitano Francois Pienaar. La sua partecipazione, infatti, ha dato credibilità al rugby come sport per quel milione di persone che in precedenza lo consideravano solo un gioco dell’uomo bianco.

Quando Chester ha messo il suo sigillo su quella gloriosa stagione, marcando una meta che ha regalato la vittoria ai verdi per 24 a 14 a Twickenham, sembrava che la sua stelle dovesse brillare a lungo. Il destino, però, si è voltato crudelmente contro di lui. Un grave infortunio subito nel 1996, durante una partita con i suoi Western Province contro Canterbury, nel Super 12, gli ha fatto perdere l’intera stagione internazionale, compresa la prima edizione del Tri Nations.

Nel 1997 Williams è approdato in Italia, per giocare un anno con la squadra di Casale sul Sile, che allora militava in serie A2.

Un altro incidente in quella stagione ha ulteriormente ritardato il suo rientro in campo, e solo l’immenso credito che Chester aveva con la nazione ha fatto si che riuscisse ad essere inserito nel team allenato da Nick Mallett nel 1998. Il trequarti ala è arrivato a giocare contro l’Australia e la Nuova Zelanda durante la diciassettesima vittoria del Sudafrica dei record.

Tuttavia, le lesioni subite avevano tolto molto al suo scatto leggendario ed era ormai evidente che egli non sarebbe più stato lo stesso giocatore del mondiale. Per questo motivo Williams non è stato convocato per la Coppa del Mondo del 1999.

Chester ha comunque ottenuto nove apparizioni nella stagione 2000, cinque delle quali partendo dalla panchina. Il suo ventisettesimo e ultimo test per gli Springboks è stato giocato il 26 novembre 2000, una vittoria per 23 a 13 contro il Galles a Cardiff. Un anno più tardi, il trequarti si è ritirato definitivamente dal rugby giocato.

A quel punto Williams è diventato un allenatore e ha conquistato con il Sudafrica Seven la medaglia di bronzo ai giochi del Commonwealth del 2002. Quindi, prima del tour degli Springboks in Europa nell’autunno di quell’anno, l’ex giocatore ha rilasciato una controversa autobiografia, intitolata semplicemente Chester, che ha fornito la propria prospettiva sul suo status all’interno del rugby sudafricano, in particolare in occasione della Coppa del Mondo 1995 quando, a suo dire, è stato più volte escluso da alcuni suoi compagni di squadra.

Pur avendo poca esperienza di coaching nel rugby XV, Williams è stato indicato come uno dei possibili successori alla guida degli Springboks, dopo che l’allenatore Rudolph Straeuliaveva rassegnato le dimissioni nel 2003. Quando il lavoro è stato assegnato a Jake White, Chester è diventato responsabile dei Cats, la franchigia di Johannesburg oggi conosciuta come Lions, che ha guidato dal 2004 sino al luglio del 2005, quando è stato licenziato dopo una serie di risultati non proprio esaltanti.

Nel 2006 Chester è diventato primo allenatore della nazionale A e più tardi, nel corso dell’anno, è stato nominato allenatore dei Pumas, la squadra che rappresenta Mpumalanga in Currie Cup. Williams si è licenziato nel 2007, nonostante avesse un contratto di due anni, in quanto vittima di stalking.

L’anno seguente, dopo un breve passaggio sulla panchina della Tunisia, Williams è diventato direttore tecnico della Dinamo Bucuresti, contribuendo a portare il club al titolo nel campionato rumeno e a disputare la finale della coppa nazionale.

Dopo il mondiale francese, l’ex trequarti è stato uno dei quattro candidati in corsa per sostituire alla guida degli Springboks Jake White; ma alla fine l’ha spuntata Peter de Villiers.

Nel maggio 2008 Chester è stato nominato nuovo allenatore della squadra emergenti del Sudafrica, che ha condotto in Romania a vincere il titolo mondiale del quale erano già detentori. L’anno seguente, invece, si è seduto sulla panchina dell’Uganda con l’intento, risultato vano, di fare arrivare la squadra ai mondiali del 2011.

Attualmente Williams collabora con la federazione rugbistica sudafricana come istruttore delle selezioni giovanili. Dopo Chester Williams nel team sudafricano vi sono stati altri giocatori di colore, come Breyton PauseRicky JanuarieJ.P. Pietersen e il più famoso di tutti, l’eroe del mondiale francese Bryan Habana. Dal 2007 poi, con l’arrivo di Peter de Villiers, anche il ruolo di coach non è più esclusivo dei bianchi. I passi in avanti fatti dal Paese sono stati tanti. Sempre nel 2007, poco prima del mondiale, il presidente della Commissione Sport, Komphela ha imposto che in nazionale avrebbero dovuto giocare almeno 6 giocatori di colore. Erano le cosiddette “quote nere”, che esattamente un anno più tardi il presidente della Federazione sudafricana, Regan Hoskins, circa la sua volontà di scegliere la migliore squadra possibile per disputare Test Match e Tri Nations, ha abolito. I giocatori da quel momento sarebbero stati scelti in base alle loro capacità e non al colore della pelle.

 

Infine, è stato abolito dalle maglie della nazionale lo springbok, l’antilope stilizzata simbolo del rugby sudafricano nonché, a detta di molti, di uno sport per soli bianchi, giocato dai discendenti degli anglosassoni e dei boeri, in una nazione dove l’apartheid era legge. Al suo posto è arrivato il fiore di protea. Senza dubbio, condivisi o meno, sono dei cambiamenti epocali e Chester Williams in un certo senso ha fatto da apri pista, entrando come un ariete in un mondo che voleva cambiare anzi, che doveva per forza cambiare, ma che ancora non ne era del tutto convinto. Forse, anche un po’ per merito suo, quel mondo adesso comincia a mostrare un altro colore.

Roberto Vanazzi

Biografia

Rugby Miti e Leggende

l rugby, più che uno sport è una forma d'arte. Roberto Vanazzi, nel suo blog ci presenta gli artisti più grandi: le loro storie, le loro imprese, le loro sfide.

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