Lo psicologo dello sport nel futuro del rugby. L'aspetto mentale dell'atleta moderno

  • Francesca FabbriMarta Ghisi e Katia MarinoLo psicologo dello sport nel futuro del rugby
  • A cura di A. Bargnani e Massimo Borra
  • Editore: CLEUP
  • 31 dicembre 2015
  • Collana: Scienze psicologiche
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8867874888
  • ISBN-13: 978-8867874880
  • 128 pagine

Negli ultimi anni lo sport del rugby è molto cambiato, cambiano le prestazioni, gli atleti e le abilità ad essi richieste. Nel rugby moderno non basta più solo allenare gli aspetti fisici e tecnici ma serve anche sviluppare la componente mentale per una migliore performance. La figura principe di questo allenamento è lo psicologo dello sport. La preparazione mentale è un aspetto per molti “invisibile” che però è diventato fondamentale per molte società sportive e allenatori che vogliono ottenere il massimo dai propri atleti. Gestire l’ansia, preparare al meglio un calcio piazzato, riuscire a comprendere un gruppo sono alcuni aspetti che verranno qui approfonditi. Il libro è dedicato ad allenatori, preparatori atletici, psicologi, educatori, giocatori a tutti i livelli e nasce dalla collaborazione di tre università e due master in psicologia dello sport. Il gioco del rugby è cambiato ma rimane sempre uno sport che allena gli atleti a diventare adulti nel rispetto delle regole con un alto coefficiente educativo.

IL CERVELLO, IL TUO "MUSCOLO" MIGLIORE

Rugby BrainIn quasi 15 anni di attività non ho notato grandi progressi, nel rugby come in altri sport, sullo studio relativo al miglioramento delle capacità mentali nelle prestazioni sportive.
Anzi quel che spesso noto, ancora adesso, nell’ambiente, tra i giocatori, è ancora un atteggiamento di prevenzione, con quasi il timore di essere giudicati dei deboli o peggio dei malati nel caso in cui si iniziasse un percorso di allenamento mentale.

Non so da dove derivi un tale atteggiamento di rifiuto. Retaggi culturali, paura di essere derisi o peggio compatiti non so. Anche i club non sono da meno nel non affrontare o nell’affrontare empiricamente questa materia.. I motivi di rifiuto possono essere gli stessi dei giocatori, od anche motivazioni di risparmio economico.
Eppure io credo fortemente, ma ritengo sia un dato oggettivo, che a parità di atleta, una decisa consapevolezza mentale e la giusta concentrazione e focalizzazione sulle cose può far fare più di uno step nella prestazione di un giocatore.

Noi agenti abbiamo a volte la presunzione di motivare i giocatori con citazioni, frasi a effetto, incoraggiamenti, sperando di tirare fuori dai ragazzi una determinazione che possa portare ad una prestazione vincente. Lo faccio anch’io a volte, lo ammetto.
Sì a volte un discorsetto fatto bene può aiutare, ma razionalmente l’effetto può arrivare se il giocatore è già abbastanza motivato e convinto. Io almeno sono arrivato a questa riflessione.
Il tentativo di trasmettere forza può meglio riuscire a chi ha giocato, a chi conosce meglio le dinamiche del campo, ma a ben vedere anche questo è opinabile, altrimenti gran parte degli allenatori sarebbero anche degli ottimi motivatori, e non si può dire che sia sempre così.

Il rugby non è uno sport professionistico, perlomeno in Italia, ma deve essere praticato in modo professionale, e un atteggiamento professionale non può prescindere dall’allenare la mente al gesto atletico.

La storia è piena di esempi di persone normali, giocatori normali, che a un certo punto della loro vita hanno preso in mano le redini del proprio destino e con determinazione e volontà hanno cambiato il corso della propria carriera.

Mi raccontava una volta un noto personaggio del rugby, che, a un certo punto della sua vita da giocatore, il fatto di essere un giocatore normale, e vedere altri sopravanzarlo l’aveva portato ad una considerazione. Il suo bivio consisteva se continuare in quel modo o dare una svolta a quello che stava facendo, con evidente scarsa soddisfazione. In lui si accese la scintilla, la voglia di arrivare a giocare in Nazionale, e quella molla, insieme a tanto, tanto lavoro, lo portò a costruire la carriera che desiderava, Nazionale, Coppa del Mondo, Sei Nazioni.

C’è un interruttore dentro di noi, una molla che può cambiare il nostro destino in meglio. C’è chi lo trova da solo, c’è chi vaga per la stanza buia alla sua ricerca e c’è chi si accorge che nella stanza c’è qualcun altro che può sapere dove sta l’interruttore e a cui si può chiedere di accendere la luce.

Ma prima di tutto occorre la volontà di accendere la luce. Stare al buio, dicendo che è colpa degli altri se le cose non vanno non aiuta a cambiare, a migliorare.

Il cambiamento è alla portata di tutti, basta volerlo. Volere è potere è un detto che non passa mai di moda.

Marco Martello

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